Criptovalute

Le criptovalute nel mirino del fisco, ma la legge non è d’aiuto

Crescono le polemiche per un impianto legislativo inadeguato per le criptovalute

Sulle alle criptovalute c’è sempre stata la discussione riguardo il monitoraggio delle operazioni in cui vengono coinvolte. In poche parole, coloro che effettuano depositi e prelievi attraverso queste innovative tecniche di economia non possono restare nell’oscuro e nell’anonimato, visto che è possibile anche operare illecitamente.

Stando a quanto riportato nelle ultime disposizioni, la risposta dell’Agenzia delle Entrate all’interpello 946-39/2018 ha stabilito che le criptovalute generano redditi diversi di natura finanziaria, se cedute a termine oppure utilizzate come nozionale di contratti derivati differenziali oppure se cedute o prelevate dal borsellino elettronico. A differenza dei depositi e conti di natura bancaria, questi ultimi non sono, però, soggetti a Ivafe.

IMPIANTO LEGISLATIVO INADEGUATO

In generale, c’è da dire che l’impianto legislativo attorno alle criptovalute è sicuramente inadeguato. In primis, l’Amministrazione Finanziaria assimila le valute virtuali a quelle estere, nonostante le due cose siano molto dissimili tra loro.

Nell’articolo 1, comma 2, lettera 11) del DGS 231 del 2007 c’è la definizione di valuta virtuale: “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta con corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente.” Quest’ultima è uguale a quella della Financial action task force del giugno 2014, e specifica il fatto che le valute virtuali non rappresentano un credito verso un emittente; infatti, nel documento della Fatf si afferma come la convertibilità non sia d’ufficio, ma sia di fatto, ed è dovuta prevalentemente alla sussistenza di un mercato in cui si opera con questa valuta: essa diventa convertibile, pertanto, quando c’è un privato che la accetta come mezzo di pagamento oppure in cambio di valuta di corso legale, ma non è garantita dalla legge. In breve, le valute digitali possono essere utilizzate “ma non devono essere per legge obbligatoriamente accettate per l’estinzione delle obbligazioni pecuniarie” – come si legge in un documento della Banca d’Italia. Non essendo convertibili per legge, né emesse o garantite da uno stato, una valuta virtuale non è assimilabile a una estera.

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Utilizzando questa prassi, le criptovalute non possono essere inquadrate nell’ambito delle altre attività finanziare in quanto non attribuiscono diritti al possessore, ma come specificato in precedenza, solo la possibilità di essere accettate in controparte; in ultimo, non è possibile nemmeno classificarle come “beni patrimoniali” a causa dell’impossibilità di localizzarle fisicamente.

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